Communicare in politica

No, non c’è un errore nel titolo, e tra poco dimostrerò perché.

La comunicazione è un tema che mi affascina profondamente, declinato in differenti aree di studio: comunicazione interpersonale, comunicazione assertiva, comunicazione non verbale, comunicazione digitale…e gli occhiali attraverso cui osservo questi fenomeni hanno lenti introspettive che tengono conto di motivazioni, emozioni, percezioni, immaginazione, euristiche cognitive…identità.

Di recente ho affrontato anche il tema della comunicazione in politica, è stato per un breve excursus, ma l’esperienza mi ha sollecitato molte riflessioni.

Quali strategie utilizzare nella comunicazione in politica? A chi affidarsi nella scelta? Come convincere un maggior numero di elettori?

Non esiste una risposta univoca e anche in politica il lavoro inizia col mettersi…nei propri panni!

Nell’ambito delle principali teorie comunicative applicate alla politica, concetti definiti chiave per far giungere un messaggio e convincere gli elettori, come spin doctor, comunicazione persuasiva, consenso, target, campagna elettorale, implicano un’idea, ormai superata, di un interlocutore passivo perennemente in attesa di..un messaggio!
Oggi con l’avvento dei social media e di una comunicazione per certi versi più immediata e diretta, tecniche e strategie comunicative perdono di efficacia se non accompagnate da una profonda elaborazione della propria identità politica e dell’identità del proprio gruppo di appartenenza.

Alla scelta di strategie comunicative occorre anteporre quindi l’elaborazione di obiettivi e priorità personali e di gruppo. All’idea di un deus ex machina, un losco figuro che operando nell’ombra sia in grado di canalizzare il consenso pubblico verso una o l’altra preferenza (il famoso spin doctor), è meglio sostituire il political coaching o un percorso simile che porti a valutare attentamente motivazioni personali, obiettivi e magari metta in luce la specificità dei propri tratti caratteriali e che applichi lo stesso lavoro analitico al gruppo, in quanto entità identitaria.

Un lavoro di ricerca, analisi e di presa di consapevolezza della propria identità, a cui non può seguire che una comunicazione chiara e trasparente, che metta in luce queste specificità.

A mio parere, non c’è strategia comunicativa efficace, se alla base non c’è analisi approfondita di ciò che si intende comunicare a cui deve seguire ciclicamente il momento dell’ascolto del proprio interlocutore.

Lo storytelling, l’arte di narrare storie creando empatia ed identificazione di valori, oggi sulla cresta dell’onda negli ambiti in cui c’è esigenza di persuadere un interlocutore, che sia consumatore o elettore, potrebbe essere in un contesto politico o economico in cui si voglia creare partecipazione e attivazione, utilmente sostituito dallo storylistening, la diffusione attraverso la cassa di risonanza della propria popolarità di storie ascoltate.

Il target di pubblico da “colpire” col messaggio, diventa un soggetto con cui interloquire, ponendosi in una condizione di ascolto.

La comunicazione persuasiva diventa comunicazione assertiva, chiara e coerente, che accetta le critiche costruttive, anzi ne fa tesoro.

E la campagna elettorale diventa campagna agricola in cui coltivare rapporti e connessioni di fiducia, di reciproco soccorso, collaborative.

Comunicare deve tornare ad essere (soprattutto in politica) un’azione più vicina al suo originale significato etimologico “Communicare” (nessun errore, visto?) ovvero mettere in comune, non già convincere, ma dialogare su come compiere il proprio dovere (cum munis = insieme, dovere), non trasferimento di informazioni, ma condivisione di significati, diventare portavoce di opinioni condivise.

Lungi da me concludere così.

Non posso (non in questo blog!) non parlare di abiti in ambito politico e di ciò che comunicano (anche se scelti accuratamente).
Quella giacca Rosa Shocking indossata dalla Clinton durante il primo comizio di campagna elettorale al fianco del suo sostenitore B. Obama, ha raccontato molto dei tempi e di che tipo di Presidente sarebbe stata (o voleva farci intendere di essere) se fosse stata eletta.

CHARLOTTE, NC - JULY 05: Democratic presidential candidate former Secretary of State Hillary Clinton and U.S. president Barack Obama look on during a campaign rally with on July 5, 2016 in Charlotte, North Carolina. Hillary Clinton is campaigning with president Obama in North Carolina. (Photo by Justin Sullivan/Getty Images)

Democratic presidential candidate former Secretary of State Hillary Clinton and U.S. president Barack Obama look on during a campaign rally with on July 5, 2016 in Charlotte, North Carolina. (Photo by Justin Sullivan/Getty Images)

Reduce dalla sconfitta alla campagna presidenziale del 2008 dove aveva scelto una linea che non cedeva spazio alle frivolezze (tra cui abiti e colori femminili), oggi sceglie dallo spettro uno tra i colori più legati alla femminilità.
All’epoca della sua prima corsa per la casa bianca, Anna Wintour la terribile direttrice di Vogue, aveva commentato con un editoriale, questo genere di rinuncia: “l’idea che una donna contemporanea debba sembrare maschile per essere presa sul serio nella sua corsa al potere è francamente sconcertante. Com’è arrivata a questo punto la nostra cultura? Com’è che il Washington Post indietreggia alla minima scollatura di una senatrice? Questa è l’America, non l’Arabia Saudita” (http://www.ilpost.it/2016/05/05/hillary-clinton-vestiti/.)

In quest’ultima campagna Hillary ha cambiato decisamente direzione e ha scelto il colore del famoso abito indossato da Marilyn Monroe in “Gli uomini preferiscono le bionde”, lo stesso utilizzato da Louboutin per le sue scabrose decoltè rosa tacco 16 con plateau, bollate come “scarpe da spogliarellista”, la stessa tinta elettrizzante che ispirò la collezione di Elsa Schiaparelli del 1937, diventando anche il suo colore-icona.

Il Rosa Shocking ci parla dunque di femminilità schietta, aperta, manifesta, energica, persino un po’ sfrontata e indossato in campagna elettorale raccontava che Hillary non sarebbe stata il primo presidente donna degli Stati Uniti, ma casomai una Donna presidente.

Beh, sappiamo tutti  però come sono andate l’elezioni in America.

E allora?

Rimanendo in tema di abiti: siamo proprio sicuri che sia la scelta più coerente, indossare una giacca, (sebbene nell’adorabile tinta rosa shocking), del valore di svariate migliaia di euro, per trattare temi come la disuguaglianza di reddito, la forbice sociale, gli aiuti alle fasce più deboli?

Gli abiti non mentono. (Neanche in politica!)

About v@l

Non ho sogni nel cassetto...perché morirebbero di tristezza. Nel cassetto ci tengo la memoria di quel che sono. I sogni son fuori, liberi.

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