Il costume di Zorro

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photo on flickr by Personeelsnet

Zo(rr)o non può fa(r)e la doppia cap(r)iola, pecchè è scienscia il suo costume”

Un bimbo di 4 anni, mentre sta guardando il suo cartone animato preferito, muove questa acuta osservazione. Senza smarrirsi nell’incongruenza dell’incapacità di Diego de La Vega a compiere le abituali evoluzioni che realizza nei panni di Zorro , con logica schiacciante, capisce che il potere sta nei panni indossati.

Mi colpisce e mi soffermo a riflettere, ancora una volta, sui vestiti, e su come noi, animali appartenenti al genere umano, siamo sensibili alle sfumature dei loro significati già in tenerissima età.

Abiti e moda non sono per nulla sinonimi, gli uni sono “quasi” privi di significato senza l’altra che li dota di valenza comunicativa, donando loro un lessico, ma a volte gli abiti si svincolano da questa dipendenza, è il caso delle uniformi, dei costumi tradizionali, degli abiti strettamente legati ad una professione e del costume…del supereroe.

Questi abiti hanno un significato slegato dalle “normali” regole della moda.

Gli studiosi oggi concordano con il dire che lo scopo originario dell’abbigliamento fosse magico. Tutto: ornamenti, decorazioni e abiti aveva lo scopo di attrarre a sé le forze buone e di allontanare gli cattivi spiriti.

E’ il caso della collana di conchiglie di ciprea che ricordando i genitali femminili viene indossata dall’uomo primitivo per propiziare la fertilità.

Conchiglia Ciprea

Conchiglia Ciprea

O il caso del profumo usato dall’uomo moderno perché decantato dalla pubblicità come una infallibile “filtro magico” d’amore.

Chanel n.5

Chanel n.5

Esiste anche una magia di trasmissione, ovvero si può indossare un dente di squalo come monile, nella speranza di poter acquisire le qualità che si attribuiscono all’animale. Allo stesso modo un giubbotto di cuoio trasmette le caratteristiche proprie del materiale: durezza, incorruttibilità e naturalezza selvaggia, a chi lo indossa (che si sentirà un vero easy rider mentre in metropolitana raggiunge il lavoro!).
Anche l’uso di abiti appartenenti (o appartenuti) a figure particolarmente significative nella propria vita, come la maglietta del giocatore di calcio preferito o la felpa consumata del proprio papà, possono diventare dei canali attraverso i quali “indossare” capacità e attributi dei proprietari.

Questa forza che attribuiamo all’abito è evidente nell’idea simbolica del costume del supereroe: un uomo, spesso più goffo ed impacciato della norma, che acquisisce poteri speciali grazie ai suoi nuovi panni e che attraverso essi riesce a compiere evoluzioni e imprese prima impensabili, anche per via dell’anonimato che il costume garantisce attraverso la maschera, liberando l’espressione di lati caratteriali normalmente frenati dalla inibizione.

E’ la speranza di cui rivestiamo i nostri abiti (rivestire un vestito è davvero un bel paradosso!): che possano cambiarci tirando fuori il nostro lato “speciale”.

Incantesimo che si verifica a volte anche nella realtà quotidiana: in alcuni casi l’abito in effetti influenza la nostra psiche.
Alcuni psicologi di Università dell’Illinois hanno infatti provato a “vestire il pensiero” di volontari partecipanti ad un esperimento. Ad un gruppo hanno consegnato un camice bianco da dottore, mentre un secondo gruppo ha mantenuto il proprio abbigliamento informale, che trattandosi di studenti consisteva di felpa e scarpa da ginnastica. Ebbene i risultati ad un test attitudinale a cui sono stati sottoposti sono stati significativamente migliori per i partecipanti con il camice.
I risultati sono ancora più sorprendenti nella seconda parte dell’esperimento, quella in cui tutti vengono vestiti con un camice bianco, ma ad un gruppo viene detto essere il camice di un dottore, mentre all’altro che si tratta del camice di un pittore. Anche in questo caso il primo gruppo ha dei risultati migliori.

Gli abiti vengono investiti di proprietà simboliche legate, nel caso dell’esperimento, alle qualità che si attribuiscono a chi normalmente indossa il camice medico: rigore, attenzione, precisione e serietà, proprietà che vengono in qualche modo interiorizzate da chi indossa il “costume”, permettendo di tirare fuori il meglio di sé.

E’ l’effetto che conosce bene l’attore, che calandosi “nei panni”, prima reali e poi metaforici, del personaggio, riesce a fornire una convincente interpretazione.

Ovviamente il passo a chiedersi se funziona così anche per gli abiti di tutti i giorni è breve.

Ad oggi però, nonostante gli entusiasmi, non esistono forti evidenze in merito.

Vestire gli abiti giusti, cioè quelli che esaltano la nostra personalità, che definiscono uno stile personale, fondendo i nostri ruoli sociali con le peculiarità individuali, può contribuire al miglioramento della nostra autostima e quindi al raggiungimento di una sensazione di benessere.

Purtroppo però non esistono formule magiche. Nessun abito può aumentare da solo la sicurezza in noi stessi piuttosto che la nostra estroversione, se non lavoriamo a fondo su questi aspetti del nostro carattere.

Anche don Diego in fondo, avrebbe tratto giovamento dall’integrazione nella sua esistenza quotidiana delle super-caratteristiche del suo alter ego Zorro, se non altro donna Lolita si sarebbe accorta di lui.

E voi, avete un abito che vi fa sentire speciali, o che vi ha fatto sentire tali in una determinata occasione? Un maglione con il quale superate tutti gli esami? Una collana che vi trasmette  forza o serenità?

Qual è il vostro personale costume da supereroe?

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photo on Flickr by Orange County Archives

About v@l

Non ho sogni nel cassetto...perché morirebbero di tristezza. Nel cassetto ci tengo la memoria di quel che sono. I sogni son fuori, liberi.

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