Cos’è LA MODA? – parte seconda – La moda è scontro

Della moda (e delle mode) abbiamo dimostrato l’imprescindibile carattere contraddittorio. Carattere che si esprime nella contrapposizione di forze uguali e contrarie, alla base della diffusione ed affermazione di un fenomeno di tendenza.

Ad esempio, una famosa borsa in plastica colorata , notevolmente diffusasi in questi anni, fino a diventare un must, traduce in oggetto questa contrapposizione: da un lato la spinta verso la distinzione, il desiderio di “essere unici e inimitabili”, soddisfatta dalla infinita possibilità di personalizzazioni che la borsa permette, e dall’altro la forza, agita dal marchio, che preme verso l’omologazione, allo scopo di garantire una rassicurante appartenenza ad un gruppo sociale.
Le due spinte, che lavorano in contemporanea, sono probabilmente alla base del successo, dal punto di vista psicologico, di questo accessorio colorato e “plasticoso”.

In quanto espressione di forze contrapposte, la moda è quindi terreno prolifico per lo sviluppo di scontri, per lo svolgimento di battaglie.
Nella moda è insita la lotta.

Nel corso dei tempi infatti si è prestata a fare da sfondo, ma ha giocato anche il ruolo della protagonista, nelle battaglie che hanno caratterizzato la nostra società, in determinati periodi e contesti storici.

Innanzitutto la moda è stata teatro di lotta tra le classe sociali.

Sebbene la moda abbia iniziato a diffondersi velocemente solo con l’invenzione della stampa, anche nella lenta propagazione precedente l’utilizzo di determinate vesti o tessuti, accessori e addobbi è stato appannaggio delle classi sociali più alte, per distinguersi dalle classi inferiori.
In alcuni periodi storici persino determinati colori erano banditi alle classi meno abbienti.

La porpora utilizzata per le vesti cardinalizie

Il porpora, colore costosissimo da produrre, era privilegio esclusivo delle classi più elevate: sacerdoti, re e aristocratici. Non solo per mere questioni economiche, ma proprio come segno distintivo di dominio ed esclusività. Per questo ancora oggi il colore in questione conserva un significato legato al potere e al lusso.

Alcune leggi in vigore fino alla fine del 1700, denominate suntuarie, con la scusa di limitare sprechi e lusso, di fatto fornivano divieti ed indicazioni nell’abbigliamento, indirizzati soprattutto alle classi popolari e alla servitù. Dietro queste leggi, oltre al desiderio di affermare la propria superiorità sociale, albergava la necessità di impedire che potessero avvenire errori nella valutazione di un gentiluomo, da cui probabilmente nasce il famoso detto “l’abito non fa il monaco” (…per certi versi vero, per altri falso. nda).
Le differenze di classe, almeno nel campo del vestiario, vennero definitivamente cancellate in seguito alla Rivoluzione francese.

Dall’assemblea degli Stati Generali, abbandonata la lotta di classe, la moda continuò ad esprimere la sua anima bellicosa, fornendo uno spazio per lo scontro tra generi.

Le differenze nell’uso degli abiti tra i due generi, soprattutto nei secoli passati, sono note a tutti. Per iniziare possiamo citare alcune usanze, molto famose perché particolarmente cruente, come i piedi loto d’oro, della cultura giapponese o i bustini in stecche di balena, chiusi con l’ausilio di aiutanti, dentro i quali venivano imprigionati e modellati i corpi sin dalla più tenera età; usanze riguardanti esclusivamente il genere femminile.

Bisogna giungere al grande sovvertimento di inizio Novecento, favorito dal primo conflitto mondiale, perché gli abiti femminili inizino a consentire alla donna una maggiore mobilità e quindi la libertà di partecipare alle attività pubbliche e lavorative.

Cavalieri in difficoltà in mezzo alle dame!

Anche nella lotta tra i generi la moda esprime chiaramente la sua anima sfumata tra chiari e scuri: se da un lato l’uso di abiti “scomodi”, imponenti e ingombranti impediva l’autonomia e le mobilità della donna, rallentandone l’emancipazione e relegandola, secondo la cultura dominante, ad una dimensione domestica, dall’altro, la voluminosità delle vesti, la lunghezza di strascichi, l’ingombro di pettinature e persino l’altezza di tacchi (si pensi alle cioppine Veneziane del XVI secolo con un tacco alto più di settanta cm!) andavano a compensare le frustrazioni sociali, dando maggior risalto alla persona, grazie all’aumento delle dimensioni corporee. Nella prima metà del settecento le gonne erano talmente gonfiate dall’uso dei paniers (effetto che si ripeterà più tardi con l’uso delle crinoline nella Restaurazione) da rendere complicato muoversi attraverso un gruppo di dame!

In generale, nella Storia, ad un aumento di volume delle vesti femminili, alla diffusione di pratiche dolorose e innaturali di modificazione di parti del corpo, ad una mobilità ostacolata da abiti ed accessori, sono corrisposti minori diritti e ruoli sociali marginali per la donna.

Nonostante queste modificazioni attraverso l’uso di abiti e pratiche di manipolazione corporea fossero (e sono) dolorose, reprimenti e limitanti, spesso uomini e donne hanno accettato (e accettano) di sottoporvisi spontaneamente, perché legate alla sfera della seduzione sessuale. Più un indumento o una pratica era (ed è) ad uso esclusivo di un genere, sebbene abbia effetti negativi, può offrire al soggetto delle carte strategiche nel gioco del corteggiamento.

Oggi in una società più democratica rispetto al passato in cui è consentito (in teoria) un più agevole passaggio da una classe e l’altra, in una società in cui uomini e donne godono degli stessi diritti (anche se c’è ancora molto da lavorare!! ndala lotta espressa dall’uso di abiti e dalla moda si è trasferita su un’altra sfera.

Oggi la moda accentua lo scontro generazionale, è il terreno dove si contrappongono età differenti.
Nella nostra società (l’Occidente contemporaneo) la giovinezza è diventata un valore a cui aspirare durante tutto il corso della vita, soprattutto man mano che si allontana!

La nascita di tribù giovanili contraddistinte dall’uso di abiti talmente omologati da essere quasi delle uniformi, è un fenomeno tipico, accentuato e diffuso, della postmodernità.
Dagli anni ’50 del XX secolo in avanti, le fasce giovanili della popolazione esprimono la loro identità soprattutto in contrapposizione alle generazioni precedenti, ormai invecchiate, attraverso usi e costumi, off limits per chi è uscito dall’adolescenza.

È proprio a causa di questa idealizzazione della giovinezza che si assiste in questi tempi ad un fenomeno di prolungamento della stessa, fino ad età, solo il secolo scorso, impensabili. Attività fisica, pratiche igieniche, valorizzazione della cura del corpo e osservazione di mode e tendenze, vengono in aiuto a chi, pur avendo superato gli anta, aspira a mantenersi giovane. L’ambizione estetica va di pari passo ad un incremento nei consumi verso settori che richiedono un continuo aggiornamento, come quello tecnologico.

Ciononostante una volta inoltrati negli anta, i segni dell’invecchiamento si mostrano sempre più implacabilmente e a ciò si aggiunge un progressivo disinteressamento del mercato della moda verso la fascia dei consumatori più anziani: mentre esiste una moda per i giovani, gli adulti, e purtroppo a mio dire, anche per l’infanzia, non esiste una moda per la terza età.

Disinteresse dovuto al fatto che dai cinquant’anni in avanti pare che la moda non abbia più un posto fondamentale nella vita delle persone (dalla ricerca “La moda e il lavoro invisibile”). Una più radicata affermazione del proprio ruolo sociale e una maggiore conoscenza di sé rendono gli agée meno sensibili alle bizze della dea delle frivolezze.

E neanche a dirlo è proprio da questo fatto che trae spunto una nuova tendenza che punta sull’uso degli abiti per esprimere il proprio essere al di fuori di regole e mode, verso un più democratico, gender-free e senza tempo né età,concetto di STILE.

 

«La moda è qualcosa che puoi comprare, lo stile è ciò che possiedi dentro di te» Iris Apfel

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Non ho sogni nel cassetto...perché morirebbero di tristezza. Nel cassetto ci tengo la memoria di quel che sono. I sogni son fuori, liberi.

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