Le mille e una borsa

C’era una volta…
una elegante scarsella (lontana antenata della cartella) in finissima seta, proveniente dalle terre più remote della Penisola, impreziosita da ricami in oro e argento eseguiti da mani sapienti e schive, decorata con perle preziose e gemme cangianti.
Appesa alla cintura della dama che la possedeva conteneva al suo interno alcuni oggetti personali: un ventaglio per nascondere i sorrisi, i sali odorosi per rinvenire da una forte emozione, un fazzoletto da far cadere ai piedi di un audace ammiratore.

Dalla notte dei tempi le borse narrano storie, inventano personaggi, sussurrano segreti a chi li sa ascoltare.

Esse sono forse l’accessorio più indispensabile nell’outfit di una donna moderna e contengono la vita di chi le indossa: vicende, speranze, passioni, ma anche intrighi, debolezze, vizi.grace-kelly-bag a_cream_ostrich_kelly_bag_hermes_1984_d5577129h
Di se stesse mostrano solo la facciata esterna, dagli anni ‘60 del XX secolo alcune sono salite al rango di status symbol, diventando leggendarie rappresentazioni iconiche di contenuti confezionati ad arte dalle imperanti case produttrici.
L’immagine esterna delle borse racconta i valori, ostenta la classe sociale e la condizione economica, racconta la cultura di appartenenza, descrive il modello a cui aspira chi le indossa.

smiling-woman-with-bagsAnzi, persino il modo di portarle è “parlante”: (oggi) portare la borsa a tracolla, può significare: praticità, semplicità, comodità, maturità; in spalla: sport, dinamicità, esplorazione; sull’avambraccio o a mano: raffinatezza, giovinezza, ricercatezza.

Siamo molto sensibili a queste rappresentazioni, perché ci aiutano a completare il puzzle dell’immagine che abbiamo di noi stessi.

Dagli anni ’60 ad oggi la borsa percorre la strada che la conduce nell’Olimpo degli accessori.
Nella prima metà del ‘900 si affermano gli imperi della pelletteria: Hermès, Gucci, Ives Saint-Laurent, nascono le borse-icona, come la Kelly (indossata dalla omonima principessa, ne acquisisce il nome) o la 2.55 di Chanel, che incarnano stili e modelli da imitare.

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photo in CC by Ashley Cooper on Flickr

Se l’esterno della borsa comunica, l’interno è invece racchiuso e nascosto, accessibile solo alla legittima proprietaria; all’interno, l’universo di possibili storie che vi si possono scorgere, è infinito, perché infinite sono le sfumature della sfera intima della personalità.

Non a caso persino al Festival della Canzone Italiana di Sanremo quest’anno è comparsa una canzone dedicata a questo accessorio, ponte di collegamento ai vissuti femminili.
La borsa di una donna pesa come se ci fosse la sua vita dentro” recita il testo scritto da…uomini, affascinati e incuriositi da questo contenitore, mai come oggi strettamente legato alla femminilità e circondato da un’aura misteriosa, nonché off limits.
Infatti, continua la canzone, “la borsa di una donna riconosce le sue mani e solo lei può entrare”, come sanno bene anche i bambini, che attentano ripetutamente al divieto di metterci dentro le mani, per accedere ai suoi segretissimi tesori.

La borsa incarna alla perfezione l’anima contraddittoria dell’abito, sempre in bilico tra il mostrare e il nascondere, tra l’esibire e il celare.

La sua storia ovviamente si perde nella notte dei tempi ed è legata alla diffusione del denaro e prima ancora, con l’uomo preistorico, alla necessità di trasportare utensili e pietre per la caccia, utilizzando la pelle accartocciata di un animale, da cui “byrsa” che in greco significa cuoio.

Denaro, caccia…la borsa nasce quindi inizialmente come accessorio maschile, legata ad attività e compiti prettamente svolti dell’uomo.
Addirittura per un certo periodo del Medioevo si diffuse la moda di appendere la borsa alla cintura in corrispondenza del pube, proprio ad accentuare il carattere di virilità dell’accessorio!

Non è il primo (e non sarà l’ultimo) indumento/oggetto del costume maschile a cui la donna si interessa fino ad appropriarsene. Un eterno gioco delle parti che vede soprattutto la dama impegnata a “rubare” oggetti dal guardaroba del suo cavaliere, nel tentativo (più o meno inconscio) di appropriarsi anche di quei privilegi che han caratterizzato la vita del sesso forte rispetto a quello definito debole.

Così la borsa racconta che la donna, dapprima confinata ad attività domestiche, non ha avuto un grande interesse verso questo accessorio, che infatti riscuote successo a secoli alterni e diventa un must  solo a partire dalla fine dell’800, quando sotto forma di valigia o borsa da viaggio, le permette di godere delle recenti conquiste sociali: affrontare un viaggio da sola, per esempio, magari per affari.

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Come evidenzia bene Descamps, la borsa in quanto contenitore è una affidabile cartina di tornasole della evoluzione del ruolo sociale femminile. Se nei secoli passati (quando non fu soppiantata dall’uso delle tasche) poteva contenere i lavori di cucito e/o il belletto, dalla prima guerra mondiale, dimensioni e contenuto mostrano l’avanzata a grandi passi della donna nella vita economica e politica: portafoglio, chiavi della macchina, libretto degli assegni, documenti, sigarette, cellulari, computer portatili, e-book…
Strumenti di lavoro accanto al necessario per il trucco, gli assorbenti, le salviette per i bimbi, i buoni spesa…forse è a questo punto che sono apparsi i calmanti, il cachet per il mal di testa.

Insomma la borsa è una piccola casa che ci portiamo appresso. E’ il guscio della lumaca.

Sotto questa forma la borsa ci dà sicurezza perché “contiene”, anche inteso nel suo significato di arginare, di fornire un limite. Contiene, appunto, la nostra ansia, quando con un piede fuori dall’uscio di casa, ci apprestiamo ad affrontare il mondo: che sia la giornata in ufficio, la serata in discoteca o la partenza per un lungo viaggio.

About v@l

Non ho sogni nel cassetto...perché morirebbero di tristezza. Nel cassetto ci tengo la memoria di quel che sono. I sogni son fuori, liberi.

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